giovedì 27 giugno 2013

ancora sulla devirilizzazione della liturgia e del sacerdozio

Un gigantesco coglione incidentalmente dotato di ordinazione sacerdotale, mentre ieri celebrava la Messa nella cappella della Sapienza a Roma, ha usato questa formula all'offertorio:
"...frutto della terra e del lavoro dell'uomo E DELLA DONNA..."
(e i GLBT no? chiusa parentesi). Ora, capisco che certi pretonzoli siano fervidamente credenti nel Politically Correct, ma vorrei gentilmente chiedere che non inquinassero la liturgia cattolica col loro zelo per gli idoli di questo mondo.


Proseguo con gli appunti iniziati ieri: traduzione/riassunto di alcuni pezzi della seconda parte dell'articolo.



Due risultati della "devirilizzazione" della liturgia e del sacerdozio.

Primo risultato: la musica che il Novus Ordo ha prodotto, sia quanto ad accompagnamento di particolari momento della Messa, sia quanto ai canti da cantare durante la liturgia. Nel migliore dei casi si tratta di qualcosa di "funzionale" alla comodità della celebrazione, nel peggiore dei casi è spazzatura sentimentaleggiante che i vecchi inni protestanti sembrano corali di Bach. Quando la Messa è ridotta ad un'assemblea che celebra sé stessa, la musica si riduce ad un metodo per suscitare qualche sentimento della gente.

Lo stesso avviene con le letture della Messa, che nel Novus Ordo sono "funzionali" ad uno scopo didattico. La Messa non più intesa come liturgia (che va al di là della ragione, che "forma", che "in-forma", che richiede attenzione su qualcosa di soprannaturale, che va oltre le parole e il canto, e che perciò non è banalmente da "capire" o da "studiare"), ma come scuola, con il sacerdote-maestrina che deve continuamente spiegare agli alunni ciò che vedono e ciò che sentono. Dal punto di vista "funzionalista", il canto tradizionale va troppo al di là di quel che serve per la celebrazione.

Secondo risultato: l'abito sacerdotale, cioè l'abbandono della talare. La "devirilizzazione" del sacerdote passa anche per l'abbandono del suo abito distintivo, sostituito con camicie che oggi hanno il colletto "rimuovibile". Dunque il sacerdote non è più l'uomo che sta tra la Terra e il Cielo, non è più quello che offre il Sacrificio: ha drasticamente minimizzato il proprio ruolo, vuole "confondersi" nella società.

La veste talare è un'affermazione della virilità del sacerdozio, in forte contrasto col modello mondano (il rude giocatore di football o il modello di Armani in jeans attillati, con richiami animaleschi e sessuali). Il sacerdote non è un "clergyman" (letteralmente: una persona appartenente al clero), non è un "leader religioso", ma è colui che offre il Sacrifcio, la cui vita è centrata sull'offrire il Sacrificio, e che non può essere in alcun modo "secolarizzato". La talare è come il mantello dei profeti, è il segno del distacco dal mondo.

Ed infatti il prete "devirilizzato" confonde il distacco con l'arroganza, la freddezza, il clericalismo: ironicamente, proprio l'opposto della verità. Il periodo post-conciliare ha visto la nascita di un clericalismo mascherato: il "presidente" dell'assemblea in realtà "presiede" tutto (come se fosse un wedding-planner).

1 commento:

  1. Riflessioni da incorniciare. E questo discorso su devirilizzazioni e sentimentalismi vari mi fa subito venire in mente una dicotomia che può fungere ottimamente da esempio per quanto riguarda la trasformazione della figura del sacerdote fra pre- e post- concilio. Ovvero: don Camillo e don Matteo.
    Banale? Certo, ma abbastanza legato ai mass-media da potersi definire sul serio un esempio. Ve lo vedete oggi un don Camillo, manesco e pronto alla battuta, che parla addirittura con Cristo in croce (e senza nemmeno una musichina strappalacrime in sottofondo!) e che si immischia un po' nella vita di tutti, per il bene di tutti? Oggi invece abbiamo don Matteo, che sorride ma non ride, che sembra fare tutto meno che il prete, che ha sempre in tasca una morale da pronunciare a fine puntata, banale come una preghiera dei fedeli.
    Non a caso, si noti, don Camillo è morto con Fernandel, ossia prima del periodo conciliare; vano è stato il tentativo di resuscitarlo, sia da parte del buon Moschin, sia da parte di - attenzione - Terence Hill stesso, che, tempo qualche lustro, ha cambiato tonaca e regione ed è andato a fare il don Matteo, che rende di più, perché oramai don Camillo sembra appartenere a un'epoca lontanissima, appare come un anacronismo fortissimo.
    E oggi, devirilizzazione, sentimentalismo, chiese piene di bambini vecchi e bigotte - altro che Peppone chiamato a servir Messa per il matrimonio del figlio!

    P.R.

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