mercoledì 24 luglio 2013

a proposito di "promesse irrevocabili": a chi? e in che senso?

Nei primi anni di pontificato Giovanni Paolo II affermò, a proposito degli ebrei di oggi, che «le promesse di Dio sono irrevocabili», interpretando un passo della lettera ai Romani (Rm 11,29) e un'espressione utilizzata nei documenti del Vaticano II (Lumen Gentium 16 e Nostra Aetate 4).
  • (nota: quando si dice "israeliti" o "giudei" si intende la posterità spirituale del popolo eletto; quando si dice "ebrei" si intende più in generale la posterità di sangue; resta chiaro che la spiritualità ebraica di oggi non è identica a quella di due millenni fa, come erroneamente credono tanti "dotti ignoranti" di teologia)


C'è un lungo articolo di mons. Gherardini che spiega dettagliatamente che:
  • Dio non può contraddirsi: le sue promesse sono effettivamente irrevocabili (anche se nell'Antico Testamento si usano degli "antropomorfismi" del tipo «Dio si pentì» solo per spiegare la drammaticità della ribellione umana)
  • le promesse di Dio sono però soggette alla fedeltà del popolo eletto (cfr. ad esempio il salmo 132(131): "e se i figli tuoi manterranno la mia Alleanza...")
  • a partire dall'avvento di Cristo, il popolo eletto non è più la semplice discendenza di sangue ebraico (Rm 11,17-24): il nuovo tronco è Cristo, ed è di Cristo chiunque vi sia "innestato"
  • i due documenti conciliari citati, specialmente nella loro traduzione italiana, danno ad intendere una discutibile interpretazione di Rm 9,4-5 e Rm 11,28-29 secondo cui gli israeliti sarebbero ancor oggi titolari dell'Alleanza e delle antiche promesse. Tale interpretazione è discutibile perché l'ebreo san Paolo (al pari certo degli Apostoli) vedeva con grandissimo dolore il no a Cristo da parte dei suoi fratelli ebrei, ed anche perché mal si concilia con la lettera agli Ebrei
  • se per assurdo dalle cause per le quali "la vigna" fu trasferita ad altri vignaioli (cf Mt 21,33-46) si dovesse escludere il rifiuto di Cristo, si sarebbe nella necessità di trarne la conseguenza che il "sì" ed il "no" a Cristo (inclusa la persecuzione contro di Lui) sarebbero indifferenti rispetto all'Alleanza "irrevocabile" col Signore
  • la Chiesa, "nuovo Israele" e detentrice della Nuova Alleanza, non può dunque trarre la conseguenza dell'irrevocabilità dell'Alleanza dal popolo ebraico
  • dunque la dichiarazione conciliare Nostra Aetate sbaglia nel suggerire che il dialogo tra la Chiesa e il mondo giudaico debba partire dall'idea che Israele sia tuttora portatore delle antiche promesse.

Citazione conclusiva dall'articolo di mons. Gherardini:
Se ne deduce che solamente nella prospettiva della nuova Alleanza, subentrata all'antica, appare teologicamente e storicamente ineccepibile quell'irrevocabilità dei doni divini che, ontologicamente, è legata alla natura immutabile di Dio.

Ma se per il mondo ebraico Cristo continua ad esser "la pietra d'inciampo" (Is 8,14), se cioè il rifiuto di Cristo da parte giudaica non vien superato e rinnegato, il popolo dell'elezione e delle successive divine benedizioni si stacca da sé, fatalmente, dalla conclamata irrevocabilità dei doni divini.
Di essi, oggi, oggetto e soggetto è esclusivamente la Chiesa.


L'articolo scannerizzato, molto dettagliato, è a questo indirizzo:

http://www.chiesaepostconcilio.blogspot.com/p/il-latino-una-lingua-sacra-da.html 

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