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| Orwellianamente: "tutti gli animali sono eguali ma alcuni sono più eguali degli altri" |
- Nell'omelia il celebrante ha menzionato lo scandalo di Assisi '86 e quello della Pachamama: ohibò, ma dunque gli scandali dei pontefici conciliari fomentano scismi e sedevacantismi? Chi l'avrebbe mai detto...
Breve ricordino: a luglio 2024 ci lamentavamo di come i kattolici da salotto - gli stessi che di recente hanno pomposamente proclamato che la scomunica alla FSSPX è nulla - sparavano furenti invettive contro il buon Viganò definendolo "scismatico":
- ohibò, è come se i kattolici da salotto professassero una tifoseria (ripetendo acriticamente i titoli delle articolesse più gettonate del momento nella blogosfera cattolica) anziché tirare una conclusione da ciò che hanno appreso;
- supplemento di ohibò: mons.Viganò affermò che l'elezione di Bergoglio non era valida, che Benedetto non aveva rinunciato, che i cardinali di nomina bergogliona non erano cardinali, e negli scorsi mesi ha chiesto udienza a Leone XIV eletto proprio da tali pseudocardinali? (udienza - guarda caso! - non concessagli, proprio come se si volesse invogliarlo ad ordinarsi autonomamente un vescovo suo successore).
Per una definizione di "normalisti" (tutto va ben, madama la marchesa!) e per una definizione più concreta di "stato di necessità" (chi fa da sé fa per tre: ma nel senso che gli altri non han fatto nulla...):
Scrive l'autore: «La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente».
È una concessione, e di peso. La crisi c'è, ed è evidente a tutti. E nessuno può sospettare che si tratti di una clausola di stile: pochi studiosi hanno documentato la profondità di quella crisi quanto l'autore stesso, la cui storia del Concilio e le cui pagine sulla Tradizione restano tra le ricostruzioni più serie della rottura consumatasi negli ultimi sessant'anni. Chi ammette la crisi, qui, la conosce d'archivio. Ma da quel punto in poi l'argomentazione procede come se la crisi non esistesse: la dichiara evidente, e la esclude dal giudizio. Non la definisce — crisi disciplinare, dottrinale, di fede? — non la pesa, non la fa entrare tra le parti in causa. Applica le norme come se la Chiesa fosse in stato di normalità: come se il magistero proponesse la fede con chiarezza, come se la struttura ordinaria funzionasse. È questa la contraddizione che attraversa l'intero articolo: ammettere la crisi e poi giudicare come se non ci fosse.
[...] L'articolo oppone allo stato di necessità «l'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede» restando uniti. Ma si guardi da vicino che cosa quell'esempio descrive: chi oggi conserva la fede integra lo fa, di regola, attingendo a ciò che la provvista ordinaria non gli dà più — i vecchi catechismi, lo studio personale, la famiglia che resiste, il sacerdote che supplisce. Cioè lo fa supplendo da sé. L'obiezione, guardata in controluce, descrive esattamente il fenomeno che vorrebbe negare: se per conservare la fede occorre procurarsi in proprio ciò che la struttura ordinaria dovrebbe fornire, lo stato di necessità non è smentito; è documentato.
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2026/07/la-crisi-ammessa-il-diritto-che-la.html
