sabato 6 ottobre 2012

padre Pio e i "macellai" della liturgia

...Il libro narra per la prima volta un fatto prima sconosciuto: il Sant’Uffizio, allarmato dalla vox populi che da laggiù gridava l’esistenza di un Santo stigmatizzato, di guarigioni e di miracoli, mandò a San Giovanni Rotondo un inquisitore ufficiale fin dal 14 giugno 1921. Il «visitatore apostolico» era monsignor Raffaello Carlo Rossi, futuro cardinale. Egli interrogò per giorni i frati, e minuziosamente lo stesso padre Pio, non senza esaminare de visu le sue ferite – si può immaginare con quale «confusione e umiliazione» dal caro frate –, obbligandolo a dire il vero con giuramento sul Vangelo: sette vere e proprie deposizioni giudiziarie verbalizzate, mandate a Roma da monsignore insieme con la sua personale opinione, favorevole al cappuccino. Forse per questo, tutto è rimasto sepolto a Roma per quarant’anni.

Nella prima deposizione, resa il «15 giugno 1921, ore 17», il visitatore ingiunge al frate «che narri partitamente circa le cosiddette stimmate».

Padre Pio risponde, come da verbale: «Il 20 settembre 1918, dopo la celebrazione della Messa, trattenendomi a fare il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’a un tratto fui preso da un forte tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito (ossia non mi sono accorto, ndr) se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a lui e più da lui favoriti. Di qui si manifestava che lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua Passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli. In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui cosa potevo fare. Udii questa voce: «Ti associo alla mia Passione». E in questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo».

Ciò conferma a posteriori una testimonianza di un altro frate, padre Raffaele D’Addario con padre Pio, risalente al 1967, sulle stimmate, «Gli ho domandato se ci fosse stato un colloquio con Gesù, ed ha risposto ingenuamente e con semplicità: Eh sì che c’è stato, perchè proprio nel colloquio le ho ricevute». Dall’asciuttezza della deposizione resa al visitatore apostolico, si capisce però che padre Pio ha detto il meno possibile su questo «colloquio». Solo il necessario.

Molto di più aveva rivelato al suo superiore padre Agostino, il 7 aprile 1913; rivelando che di «colloqui» ne aveva avuti già anni prima, dal contenuto simile:

«Venerdì mattina ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici; di questi, chi stava celebrando, chi si stava parando e chi si stava svestendo dalle sacre vesti.

La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena, perciò volli domandargli perché soffrisse tanto. Nessuna risposta n’ebbi. Però il suo sguardo si riportò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo e allorchè lo rialzò verso di me, con mio grande orrore, osservai due lagrime che gli solcavano le gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con grande espressione di disgusto, gridando “Macellai!”. E rivolto a me disse: “Figlio mio, non credere che la mia sia stata di tre ore, no; io sarò, per cagione delle anime da me più beneficate, in agonia sino alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia, figlio mio, non bisogna dormire. L’anima mia va’ in cerca di qualche goccia di pietà umana ma, ohimè, mi lasciano solo sotto il peso della indifferenza. L’ingratitudine e il sonno dei miei ministri mi rendono più gravosa l’agonia. Ohimè come corrispondono male al mio amore! Ciò che più mi affligge è che costoro al loro indifferentismo aggiungono il loro disprezzo, l’incredulità...”».

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