mercoledì 27 febbraio 2013

per distruggere la Chiesa occorre cominciare dalla liturgia

Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S.Messa, Leone XIII udì una voce dal timbro gutturale e profondo che diceva: "Posso distruggere la tua Chiesa: per far questo ho bisogno di più tempo e di più potere" Il Papa udì anche una voce più aggraziata che domandava: "Quanto tempo? Quanto potere?" La voce gutturale rispose: "Dai settantacinque ai cento anni e un più grande potere su coloro che si consegnano al mio servizio"; la voce gentile replicò: "Hai il tempo..." Profondamente turbato, Leone XIII dispose che una speciale preghiera, da lui stesso composta, venisse recitata al termine della S.Messa.

La preghiera è la seguente:
Sancte Michaël Arcangele, defende nos in proelio, contra nequitias et insidias diaboli esto presidium; imperet illi Deus, supplices deprecamur; tuque, princeps militiae coelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. Amen
San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii nostro soccorso contro la malizia e le insidie del demonio. "Che Dio lo sottometta!" imploriamo supplichevoli. E tu, principe della milizia celeste, per la divina potenza, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo a perdizione delle anime. Cosi' sia.

La preghiera continuò ad essere recitata fino al 26 settembre 1964, quando l'istruzione Inter oecumenici n.48, § j, decretò: "...le preghiere leoniane sono soppresse".

Nota: il n.48 abolì la recita in voce sommessa (secrete), abolì il salmo 42 e le preghiere ai piedi dell'altare, permise che il popolo recitasse il Pater Noster assieme al celebrante (e per di più anche in vernacolo), ridusse la formula della Comunione a "Corpus Christi" con tanto di "Amen!" di conferma da parte del comunicando, soppresse il prologo di Giovanni alla fine della Messa, soppresse, abolì, modificò, permise...
La "riforma liturgica" dilagò negli anni immediatamente successivi.


Aggiornamento: lettera di un lettore:
Il Concilio Vaticano II ha ribadito a chiare lettere che la lingua ufficiale della S. Messa è il latino, e il canto ufficiale è il gregoriano. Chi oggi fa diversamente, LO FA CONTRO LE INDICAZIONI DEL CONCILIO. Il CVII non ha tradito proprio nulla e nessuno. Sono stati gli uomini a tradire il CVII.
Eh no, questo sofisma è stato troppe volte ripetuto, ed ha francamente stancato. L’ambiguità è proprio inserita nei documenti conciliari originali, con l’uso della neolingua orwelliana in cui sono stati stilati. Il loro schema generale è questo: esordiscono con affermazioni in linea con la più pura Tradizione; ma subito dopo, affidano l’applicazione «ai vescovi e alle Chiese locali» secondo il loro giudizio sulle «necessità pastorali» localmente ravvisate. È un sistema voluto dai padri conciliari e dai loro consulenti teologici novatori e neo-modernisti, per aprire le falle che inutilmente, da mezzo secolo, si denunciano.

Esempio lampante nella Sacrosanctum Concilium: il punto 36 al primo paragrafo esordisce «l’uso della lingua latina, salvo diritto particolare, sa conservato nei riti latini». Ma il secondo paragrafo suona: «Dato però che, sia nella messa, sia nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua nazionale più riuscire di grande utilità per il popolo, vi sia la possibilità di concedere ad essa un ampio spazio...». E al punto 38 «... nella revisione dei libri liturgici si lasci margine alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti ai vari gruppi etnici, regioni, popoli», e ciò «nella misura che sembrerà opportuna e necessaria» alle chiese locali (punto 50).

Tra l’affermazione della Tradizione e l’apertura all’eversione c’è sempre questo «però» sistematico. Come ha scritto monsignor Gherardini, in questo contesto l’accenno alla tradizione dei Padri è ridotta ad «una pennellata d’archeologia». Noi, più volgari, diciamo: è la foglia di fico dietro cui i «tecnici» dell’ecclesialità hanno compiuto la loro eversione: Eucarestia come pasto rituale, Messa come incontro assembleare, «Segno della pace» come elemento centrale del rito, Corpo mistico ridotto ad entità sociologica... in una parola, la riduzione all’umanesimo orizzontale e politicamente corretto a cui hanno ridotto la Chiesa.

Come ha scritto l’amico Mario Palmaro, non ci sono più eretici e scismatici, ma «diversamente credenti». Dove trova un posto molto mediatico la posizione di Enzo Bianchi: «Nella liturgia eucaristica avviene la resurrezione della Scrittura in Parola di Dio»: il Bianchi nega la transustanziazione, e fa della messa una semplice evocazione della Parola, tipicamente luterana. E viene intervistato continuamente dalla Rai come «cattolico profetico e conciliare».

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