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| Bibbia protestante (del Diodati) e pugnale con inciso "a morte il Papa" che il 9 dicembre 1949 Bruno Cornacchiola, convertitosi, donò a Pio XII implorando perdono |
- il Vaticano II ha avuto una storia che già di suo dovrebbe destare seri sospetti
- l'ambiguità dei testi promulgati dal Vaticano II ("il concilio dei tuttavia")
- il fatto che tutti gli aspiranti "rivoluzionari" abbiano usato "ilconcilio-ilconcilio" come gloriosa copertura delle proprie vaccate
- il fatto che il criticare una qualsiasi vaccata moderna (le "chierichette", la "comunione sulle mani", ecc.) attiri immediatamente accuse di essere "contro il Concilio"
Tocca continuamente ribadire al popolo bue che il latino, in qualità di "lingua morta", nel corso dei secoli non è soggetto a cambiamenti di significato di parole ed espressioni, a differenza di tutte le lingue "vive". Se la liturgia è culto a Dio, ha bisogno di una "lingua morta"... oppure di una comunità talmente determinata e santa da sopperire col continuo fluire di sangue dei martiri alla "debolezza" linguistica.
E tocca ribadire che il latino, in qualità di "lingua liturgica" da più di una quindicina di secoli, porta con sé tutto ciò che hanno espresso e vissuto innumerevoli generazioni di santi fino a padre Pio, a motivo dell'essere utilizzato proprio come "lingua liturgica". E lo porta universalmente, visto che quella stessa Messa (ma anche tutti gli altri riti e preghiere) era identica in ogni parte del mondo. L'introduzione obbligatoria della lingua parlata ha forse migliorato ciò che vivevano i fedeli preconciliari? Ha fatto almeno aumentare la partecipazione dei fedeli o almeno aiutato a comprendere meglio i misteri della fede?
Notiamo che la nuova liturgia conciliare, grazie alla lingua parlata, ha trasformato il culto a Dio in "sacra sinassi", cioè di fatto cenetta a tema sacro, o meglio, spettacolino a tema sacro -, ha ridotto la "liturgia della parola" a una sorta di scuoletta biblica domenicale ("lezioncina di oggi! bimbi, su, qual è la morale di queste due o tre storielline?"), ha ridotto la "liturgia eucaristica" a una sorta di variety televisivo domenicale in cui il presentatore (pardon, il presbìtero) fa e dice cose che tutti possono "capire" (infatti nessuno sa spiegare in italiano cosa significhino esattamente espressioni come "rendiamo grazie a Dio"), che tutti possono "vedere" e valutare la sua "recita" (e magari le vecchiette possono anche "concelebrarla"), a cui tutti possono e devono "partecipare" (anzi, guai se non "partecipi", specialmente con l'esecuzione delle canzonette scelte dalla raffazzonata corale schitarrante, quando non battente mani o urlante). Come disse un parroco di queste parti concludendo la celebrazione: «la Messa è finita, andate in pace... DOPO IL CANTO!»
Il tutto viene grandemente aiutato dai tendaggi dozzinali (pomposamente definiti "càsule"), dalle suppellettili sacre ancor più dozzinali (avrete visto calici e patène dorati ma piuttosto miseri, probabilmente avrete visto anche la poracciata di quelli in terracotta o peggio), dagli spazi "sacri" molto più simili a un garage o deposito masserizie... è davvero una gran fatica celebrare il Novus Horror in maniera almeno sobria. Sta' a vedere che i cosiddetti tradizionalisti hanno ragione.
[Quel comunicato di mons. Viganò?] Parrebbe proprio uno spot pubblicitario per la FSSPX.
Il che mi fa pensare che l'autore del testo non sia mons. Viganò ma un suo "ghostwriter", che nel trascriverne le parole vi accenta le cose che ha a cuore. Una decina di giorni fa un comunicato attribuito a Viganò mostrava molto più l'impronta di tale ipotetico "ghostwriter".
Eppure quando Viganò parla o scrive, si esprime in modo chiaro e lineare e senza voli pindarici. Esempi: "sinodalità e vigile attesa" o la recente intervista.
Qui invece sembra girovagare un po' attraverso gli slogan della tifoseria lefebvriana infilando un po' a sorpresa la faccenda della propria "scomunica", quasi come se gli pesasse, quasi come se la considerasse tutto sommato fondata.
Insomma, non sembra il Viganò che siamo abituati ad ascoltare. Persino nell'ipotesi che tale dichiarazione gli sia stata richiesta (informalmente) dalla FSSPX stessa.
Vogliamo mettere i puntini sulle "i"? Procediamo.
La FSSPX ritiene di non poter continuare la propria opera "senza vescovi". Dunque ogni colloquio ("teologico" o cos'altro) è destinato al fallimento. Lo sanno benissimo, a Roma.
La FSSPX non ha bisogno di essere incoraggiata ad andare avanti. Non risulta che il Pagliarani, nell'annunciare le future ordinazioni, abbia usato il condizionale. Al contrario, si è assunto virilmente tutta la responsabilità davanti a Dio e davanti alla Chiesa. Dico "virilmente" perché poteva essere sufficiente limitarsi a presentare l'intenzione sulla base della percepita necessità. E invece si è assunto tutta la responsabilità.
La FSSPX si ritiene in stato di necessità. Ma ciò implica che anche Williamson lo era, e anche i vescovi ordinati da Williamson lo saranno a breve (se non lo sono già). Ed anche Viganò lo è. Solo che nel sullodato spot pubblicitario, Viganò si esprime come se la "successione" fosse garantibile con "certezza" solo dalla FSSPX. E allora i vescovi ordinati da Williamson non costituirebbero "successione"? E Viganò stesso, qualora trovasse motivo di ordinare dei vescovi, non sarebbe "successione apostolica"? (e ripetiamo quest'ultima domanda alla luce di quella vecchia illazione secondo cui si sarebbe fatto segretamente ri-ordinare vescovo da Williamson). Forse che il "ghostwriter" aveva fretta di pubblicare il comunicato?
Ricordiamo infine che pur con tutti i suoi meriti, la FSSPX non ha l'esclusiva della Tradizione™. E che se qualcuno si rende conto della situazione (come ad esempio un mons. Viganò o un don Leonardo Maria Pompei), non ha bisogno del titolo nobiliare di appartenenza alla FSSPX per promuovere genuinamente la santa fede cattolica.
El Tucho vorrebbe dialogare col Pagliarani sui «differenti gradi di adesione che richiedono i diversi testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la sua interpretazione».
Saremmo curiosi anche noi di scoprire finalmente questa grandissima novità appena annunciata, quella dei "differenti gradi di adesione" [visto che qualsiasi minima perplessità sul Concilio viene trattata oggi come un ripudio della fede, ndr].
Ci permettiamo di essere certi che nessuno dei testi conciliari richieda l'adesione della fede, giacché è stato un Concilio "pastorale", non ha proclamato dogmi.
Inoltre, siccome il Concilio non ha comandato di girare gli altari, di introdurre chierichette e accolitesse, di consentire la "comunione sulle mani", eccetera, ci permettiamo di osservare che tutte queste novità non richiedono alcun grado di adesione.
Infine, ci permettiamo di notare che sebbene il Concilio comandi di dare al canto gregoriano il posto principale nelle liturgie, i fautori del Concilio hanno fatto sparire il gregoriano dalle parrocchie e da praticamente dappertutto.
Cioè al Concilio si può bellamente disubbidire, senza che ciò scalfisca i sullodati "differenti gradi di adesione" a cui siamo chiamati.
Mi par di capire che la "riconciliazione storica" auspicata dall'autore consisterebbe in "Roma che accetta le consacrazioni della FSSPX".
Per un osservatore esterno si tratta invece di una forzatura, di un dover accettare un'insubordinazione, col sottinteso che solo così si avrebbe l'agognata unità della Chiesa.
Ora, in qualità di fedele cattolico, so che se ci sono divisioni nella Chiesa significa che c'è di mezzo Nostro Signore Gesù Cristo, venuto a portare non pace «ma una spada» (cfr. Mt 10,34). Cioè le divisioni non ce le auguriamo, ma sappiamo che l'unità è il risultato di una fede condivisa, non è la sua premessa, né il "programma politico" da perseguire, né il prodotto di una serie di sforzi, tanto meno uno scendere a compromessi riguardo a Nostro Signore e a ciò che gli è dovuto.
Dunque, anziché interrogarsi su come e quanto la FSSPX sia causa di divisioni, occorrerebbe interrogarsi sulla loro vera origine, per evitare di affrontare il sintomo anziché la causa. Se «ciò che per le generazioni anteriori era sacro» viene «improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso», a creare la divisione è chi "proibisce", è chi "giudica dannoso". è chi ritiene che quelle "generazioni anteriori" abbiano avuto una fede sbagliata (inclusi i membri della gerarchia che gliela confermarono).
Nulla togliendo allo stato di necessità e al bene delle anime, tutto il resto delle considerazioni "guardate quanti seminaristi e preti abbiamo", "guardate chi ci hanno dato come interlocutore", suona un po' campanilistico e - a ben guardare - puzza di gallicanesimo ("noi ci ordiniamo i nostri vescovi, Roma si ordina i suoi, e se vuole l'unità deve riconoscere i nostri").
Al netto di tutti i fervorini, la situazione era fin troppo nota, anzitutto nei sacri corridoi. La FSSPX, avendo iniziato "con vescovi", non poteva che proseguire "con vescovi".
Con o senza vaticansecondismi, se "Roma" non combattesse queste ordinazioni sarebbe come un ammettere che altri enti avrebbero uguale diritto di volere dei propri vescovi. (Questi altri enti, non necessariamente già esistenti, potrebbero anche essere tradizionalisti, cosa che dispiacerebbe tantissimo alla "Roma" attuale).
Ma l'idea che un ente o gruppo di fedeli abbia dei "suoi vescovi" implica una gerarchia parallela. Cioè il disconoscimento della gerarchia ufficiale, incluso il Papa regnante, in quanto se voglio dei "miei vescovi" significa che non mi fido neppure di quelli che nella migliore delle ipotesi potrebbe accordarmi il Papa. (Ed infatti già da tempo in tanti avevano tramato per avere "propri vescovi", come ad esempio i neocatecumenali che tentarono di farsi istituire "prelatura personale" come lo era stata l'Opus Dei).
In altre parole, il solo volere che il proprio ente sia dotato di vescovi che rispondono alle esigenze dell'ente prima che a Roma dimostra di ritenere che la gerarchia attuale non conti nulla.
Si noti che la FSSPX non chiede che "Roma" le garantisca l'esistenza di vescovi disponibili ad amministrare i sacramenti (anzitutto l'Ordine).
Sta chiedendo invece di avere dei propri vescovi. E che rispondano alla linea "politica" della FSSPX (altrimenti si beccheranno il "trattamento Williamson").
Se lo chiede, è perché:
- non si fida di vescovi scelti da "Roma", che potrebbero predicare vaccate, o tirarsi indietro, o cambiare idea
- non si fida della pastorale di "Roma", che pastoralmente non sembra tanto propensa verso chiunque simpatizzi per la Tradizione
- magari non si fida nemmeno della validità delle ordinazioni episcopali moderne (altrimenti avrebbe chiesto, e facilmente ottenuto, che vescovi non proprio "conciliari" - come ad esempio un mons. Viganò - amministrassero le ordinazioni, predicassero, sostenessero).
Sia ben chiaro che sto qui descrivendo, non criticando; e che le perplessità non corrispondono automaticamente a giudizi negativi; e che comunque vadano le cose, nel peggiore dei casi lo "scossone" delle annunciate ordinazioni episcopali contribuisce a non far seppellire dalla cronaca la questione della Tradizione.
In qualunque posto del mondo (Cina inclusa) i vescovi dovrebbe nominarli solo la Santa Sede e solo dopo che il Papa ci ha visto chiaro e dà la sua approvazione: «tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Paolo, pur chiamato in maniera soprannaturale, comunque si sottopose all'autorità di Pietro (anche se poi avvenne l'episodio riassunto da Gal 2,11).
Il tollerare che altre entità propongano nomi (o "terne di nomi") o addirittura nominino vescovi, è una lettura tipo: "tu sei Pietro, e ognuno si eleggerà gli apostoli che vuole, basta che usi il trucchetto di chiamarli «ausiliari» e l'escamotage è pronto".
Il concetto di prelatura personale, in sé, non mi pare affatto orrendo perché significa assegnare un vescovo ad un gruppo di fedeli non strettamente legato a un territorio, cioè è di natura organizzativa. Con l'Opus Dei ha funzionato; nel frattempo la stessa Opus Dei canonicamente "chiuse i rubinetti" per evitare che in futuro altri enti se ne avvalessero. Sarei tentato di dire che in fin dei conti fece bene, visto che la prelatura personale di questi tempi si presterebbe a troppi diversi tipi di abuso, e comunque l'episcopato non è un giocattolino per bimbi capricciosi. La Obra ha poi dovuto bergoglionamente ingoiare la sua stessa medicina, ma questa è un'altra storia.
L'espressione "stare con Lefebvre" dà l'impressione che la Tradizione coincide con Lefebvre, e ciò è evidentemente falso.
Ne approfitterei per chiarire alla tifoseria lefebvriana alcuni punti:
1. quel libro di mons. Gherardini spiega la Tradizione cattolica dalle origini ad oggi. Dunque è logico che parli anche della questione FSSPX. Quella pagina cita proprio una parte del capitolo dedicato alla FSSPX. Come è facile notare, non fa tifoseria ma elenca fatti, lasciando al lettore tirare conclusioni;
2. la Tradizione non è un prodotto distribuibile in esclusiva dall'azienda che lo brevetta per prima. Per esempio, fa ridere (amaramente) vedere Williamson descritto come "Tradizione" e come "stato di necessità" fino a settembre 2012, per poi vederlo privare di tali attributi e venir dimenticato dall'ottobre 2012 (e non certo per essersi convertito al modernismo). Mi chiedo senza troppa ironia quanti dei vescovi che verranno ordinati il 1° luglio saranno successivamente espulsi... e se resteranno in "stato di necessità" dopo l'espulsione;
3. nel corso degli anni la FSSPX ha avuto un atteggiamento piuttosto ondivago riguardo al rapporto con la Santa Sede. Per esempio: "accordo pratico / nessun accordo pratico", ricordate? No? Ecco spiegato uno dei pilastri della vostra tifoseria: la sotterranea convinzione che la verità coincida con la tessera del club;
4. altri, prima e dopo Lefebvre, hanno tirato sostanzialmente le stesse conclusioni in merito alla Tradizione. Ma mentre è facile apprezzare la FSSPX per la "misurabilità" dei risultati (sacramenti, sacerdoti, presenza, insegnamento...), è più difficile valutare (o almeno conoscere) le figure che non hanno avuto grosso impatto mediatico (nel 1988 i telegiornali nazionali parlarono delle ordinazioni di Lefebvre...) pagando comunque un prezzo decisamente alto;
5. fra i casi più recenti abbiamo mons. Viganò e don Pompei. Chi conosce anche soltanto un minimo di ciò che hanno detto e vissuto, non può che ammirarli. Sono solo le tifoserie a trasformare tutto in un "chi non è con noi, è contro la Tradizione";
6. vedo volare troppo spesso l'epiteto "sedevacantista", quasi sempre come insulto per abbreviare il "se non sei con noi sei contro la Chiesa". Ora, limitandoci al caso più gettonato, quello bergogliano, è legittimo nutrire perplessità su ciò che ha detto, fatto, inteso, seguito. È legittimo maturare una convinzione (non necessariamente immodificabile), alla luce dei fin troppi indizi "gravi, precisi e concordanti". Dall'impasse se ne uscirà solo quando un pontefice farà autorevolmente una drastica ripulita. O, per dirla sinteticamente e in termini lefebvriani, "Roma deve convertirsi".
Questa lettera di risposta è tale da "asfaltare" el Tucho e chiunque nei sacri palazzi abbia collaborato (e allude persino all'Amoris Laetitia, come si era già ampiamente ironizzato).
Ma el Tucho e chi lo ha spedito in prima linea a tentare l'impossibile sapevano benissimo che sarebbe finita così. Era davvero così impellente dover accontentare i media? Di fronte a ordinazioni "senza mandato" (come quelle di mons. Williamson) c'era sempre stato silenzio, o al massimo un comunicato stampa. E comunque la "bomba" delle scomuniche ha la miccia bagnata: non siamo più nel 1988 (e all'epoca non c'erano i social), e si è visto bene il duro trattamento inflitto a chi ha voluto riconciliarsi con la Santa Sede, e si è vista pure la facile remissione delle scomuniche nel gennaio 2009, e persino il Bergoglio concesse di confessare e benedire matrimoni validamente (lo fece per amore della Tradizione? o per quale altro motivo?).
Mi resta però una perplessità che lo spiegone su ordine e giurisdizione evita di chiarire: qualcun altro potrebbe avvalersi delle motivazioni presentate per fabbricarsi dei propri vescovi, sulla base del "siamo anche noi in stato di necessità perché Roma ci impedisce di fare quel che abbiamo sempre fatto per le anime che ci seguono". Cioè, badate, non solo in nome della Tradizione.
"Voglio dei vescovi; se il Papa non me li dà me li fabbrico io, tanto lo scisma c'è solo qualora si arroghino una giurisdizione, no?" Beh, l'Opus Dei era una "prelatura personale", cioè con una giurisdizione sui soli suoi aderenti... vi ricorda almeno concettualmente qualche Fraternità? "E poi, stanti le apparizioni taldeitali, e i nostri fondatori sicuramente santi viventi, ed avendo pure qualcuno che ci ordinerebbe dei vescovi..." Immaginate fin dove possono arrivare le tentazioni gallicane ("il Papa deve rispettare le nostre decisioni e consuetudini!"). Just imagine.
Chissà se chi sperava di poter seppellire la Tradizione e di "sinodalizzare" l'autorità sarà indotto a più miti consigli.
A contribuire all'idea che i "conservatori" e i "normalisti" siano gli utili idioti del modernismo è l'articolo di ieri di un pur apprezzabile teologo che contesta le annunciate ordinazioni del 1° luglio ma lo fa... difendendo certi teologi responsabili dello sfascio che viviamo, dei quali uno era stato elogiato come «uno tra i più brillanti ecclesiologi del Novecento» nientemeno che da mons. Gherardini. Quest'ultimo, evidentemente, parlava di brillantezza professorale, di prestigio accademico, non di brillantezza cattolica, utile per salvarsi l'anima.
In quell'articolo (che non citerò qui), così come nella vastissima parte dei maldipancia pubblicati da blog e siti "conservatori" sull'argomento ordinazioni 1° luglio, assieme a premesse corrette ci sono piccole ma significative forzature. Come ad esempio il confondere «l'ossequio religioso della volontà e dell'intelletto» con l'ingoiare acriticamente le ambiguità e contraddizioni in materia di fede e di morale. Come se fosse necessario sotterrare il talento della ragione. Come se tali contraddizioni fossero poche e ben isolate e già in fase di correzione, anziché un diluvio perdurante da oltre sessant'anni. Come se non ci fosse mai il rischio di anteporre l'autorità alla verità. Come se la gerarchia quelle contraddizioni le stesse combattendo anziché producendo. Come se l'apostolo Paolo avesse sbagliato a "resistere in faccia" a Pietro (cfr. Gal 2,11).
Quei maldipancia sono probabilmente dovuti più all'ironia che ai ragionamenti: "la FSSPX si può iscrivere al Partito Comunista Cinese, ottenendone automaticamente il diritto di ordinare vescovi a piacimento", "ma è l'Amoris Laetitia a insegnarci che le convinzioni personali valgono più della legge della Chiesa".
Nessuno dei pontefici conciliari ha finora corretto la rotta della barca di Pietro. Noialtri ci limitiamo a gridare «Signore, salvaci» (e anche a implorare Pietro e gli altri ufficiali di bordo di fare il loro sacro dovere) e ad aggrapparci a ciò che troviamo. Spiacerà molto ai "conservatori", ma se esistono i "tradizionalisti" è solo perché la gerarchia cattolica ha infaticabilmente creato (e tuttora crea) tutte le più adatte condizioni per farli esistere e moltiplicare.
Finora l'effetto più positivo (e involontariamente divertente) delle annunciate ordinazioni del 1° luglio è proprio quello di mettere "fra l'incudine e il martello" il Papa e gli alti papaveri dei sacri corridoi. Che pure sapevano benissimo da vari decenni che prima o poi tale momento sarebbe arrivato, e sapevano ancor meglio che non potevano certo cavarsela facendo spallucce o proponendo il dialogo con la condizione di sospenderle ad libitum.
Diciamola meglio: "o bere o affogare". Cioè si ritrovano a dover o consentire che i fedeli che propendono per la Tradizione (non solo la FSSPX) abbiano legittimamente dei pastori "preconciliari" (e quindi esenti anche da "chierichette", "comunione sulle mani", ecc.), o moltiplicare il rischio che altri seguano l'esempio della FSSPX ordinandosene alla bisogna.
È un bel dilemma, ma per quanto full damage control vogliano fare hanno sempre il vizietto del massimalismo, pur davanti all'ineluttabile desertificazione di parrocchie, seminari, conventi (i tedeschi hanno avuto la geniale idea di clericalizzare i laici).
Scommetterei che la montagna partorirà il solito topolino: getteranno qualche contentino alla FSSPX (inteso solo a consolidarla come "riserva indiana" ufficiale; e alla FSSPX ciò potrebbe piacere anche troppo) e continueranno l'orchestrina del Titanic.
Il problema più serio, dunque, ce l'hanno ancora i fedeli legati alla Tradizione ma non inscatolabili nella FSSPX.
