sabato 7 novembre 2015

tifoseria papista

Che fine hanno fatto le tifoserie papiste che pensano di essere cattoliche nella misura in cui fanno il tifo per il Papa?



Cominciamo subito col rinfrescare la memoria corta di buona parte dei lettori: questo Papa è stato eletto proprio da quei cardinali che avevano fatto ogni sgambetto possibile al suo dimissionario predecessore, e la sua ascesa al soglio ha coinciso con l'improvviso silenzio dei media sui cosiddetti "scandali" che si abbattevano quotidianamente sulla Chiesa retta da Benedetto XVI ed alle enormi opposizioni e difficoltà subite durante tutto il suo pontificato. Quelle note le trovate elencate qui. Per contro, oggi, registriamo indizi evangelicamente preoccupanti (guai quando tutti parleranno bene di voi!), grazie ai quali viene meglio alla luce un fenomeno curioso: quello della riduzione del cattolicesimo a tifoseria del Papa.

Cito quattro recentissimi casi, premettendo subito che si tratta di autori non certo sospettabili di progressismo chiesastico, ma che sembrano suggerire l'idea che l'identità cattolica consista nel fare il tifo per il papa, come se il Papa non fosse il custode del deposito della fede ma incarnasse la fede stessa. Premetto subito che mi interessa parlare non dei quattro autori, ma della mentalità diffusa che emerge accarezzata (se non addirittura abbracciata) dai loro interventi.

Il primo è un articolo di Rino Cammilleri dove leggiamo:
Ma l'intervista a Civiltà cattolica ha spazzato ogni dubbio: il papa sa quello che fa, e quello che fa è parte di una precisa strategia. [...] Quella che sta proponendo è una sorta di gigantesca «scelta religiosa» da parte dell'intera Chiesa: curare in primis le umane sofferenze, poi, solo poi, insegnare il catechismo e tutto il resto. Da qui anche la reticenza a parlare di temi «scomodi» come nozze gay, aborto, eutanasia. [...] Se non inietti costantemente nella prassi la tua dottrina, un'altra ne prenderà il posto, magari una che le somiglia: ieri il marxismo, oggi il buonismo relativista. È un rischio, speriamo calcolato. Trasformare l'intera Chiesa in una Caritas sarà sufficiente alla nuova evangelizzazione? Dare alla gente quell'immagine della Chiesa che la gente vuole (assistenza gratuita, silenzio sul peccato e l'errore) è davvero l'idea vincente? A queste domande solo il futuro potrà rispondere.
È curioso che ci sia oggi tanta ansiosa urgenza di rassicurare i fedeli che «il papa sa quello che fa», e di presentare sotto la miglior luce possibile la sua «precisa strategia» pastorale. Come dei tifosi che vedono il loro campione che da mezz'ora ancora non riesce a toccare palla: tranquilli, si dicono infervorandosi a vicenda, è una «precisa strategia», è un «rischio speriamo calcolato».

Anche Giuda Iscariota riteneva necessario curare in primis i sofferenti, e solo successivamente insegnare la verità: quei trecento denari si potevano benissimo dare ai poveri, invece di utilizzarli per onorare Cristo. Che peraltro, ridicolizzando ogni «scelta religiosa», ci aveva fatto sapere che i poveri li avremmo avuti sempre con noi. L'essersi fermamente imposti di "non criticare mai il Papa" non è eroismo cristiano ma è un devozionalismo che cede alla diabolica tentazione di anteporre la carità alla verità, che è il nome elegante del buonismo.

Questi buonisti "di destra" che amano dichiararsi ortodossi "ma senza esagerare", che amano definirsi "dalla parte del Papa" e "kattolici" baldanzosi e battaglieri (sulla tastiera del computer), che disprezzano il "politicamente corretto" ma ne professano uno tutto loro, veramente credono in buona fede che l'appartenenza alla Chiesa sia la stessa cosa dell'appartenenza ad un partito, di cui per dovere di lealtà occorre far gioco di squadra osannando il caro leader financo al più piccolo ruttino.

Il secondo caso è un articolo in cui Luigi Copertino ci somministra uno spiegone altalenante il cui sforzo è teso a convincerci della bontà del principale gesto programmatico del Papa. Ecco una citazione:
Papa Francesco, nonostante abbia negato la volontà di convertire il suo interlocutore, ha evidentemente sperato, e pregato, affinché la Luce si faccia strada nel cuore di Scalfari. Lo si capisce chiaramente dalle parole usate nell’intervista, tutte tese a provocare nell’interlocutore ateo un moto di apertura, almeno problematica, almeno possibilista, alla Trascendenza. Non è dovere di ogni cristiano operare e pregare per la conversione, magari in punto di morte, del miscredente? E a tal fine – nonostante l'inutilità apparente del dialogo tra chi dell’Essere riconosce la trascendenza e chi crede che sia solo immanente – è meglio condannare o invece provare la medicina della Misericordia? Attenzione, però! Misericordia ma senza recedere di un millimetro dalla Verità di Fede. Questo è stato lo sbaglio di tanti cattolici postconciliari: credere che aprirsi al peccatore fosse farsi simile a lui gettando via dogma e vita ecclesiale. Tuttavia a questo sbaglio non si rimedia con i rigorismi, vecchi o nuovi. La Misericordia di Dio è la Sua Pazienza.
Sembra di leggere una mielosa pagina della rivista ciellina Tracce. Don Luigi Giussani soleva ricordare un episodio di una favoletta apocrifa in cui Nostro Signore e Pietro attraversando i campi si imbattono in una carcassa di un cane morto: di fronte al putridume Nostro Signore avrebbe esclamato: «che denti bianchi insegnando così a ricercare sempre l'aspetto positivo di ogni cosa. La maggioranza dei ciellini, anziché cogliere l'eco della virtù della speranza, deduce solo il dovere di professare un ottimismo sorridente, riducendo il giudizio critico alla banale selezione di un qualche aspetto positivo secondario (in modo poi da sentirsi comodamente con la coscienza a posto obiettando a chiunque: "sei il solito lamentoso!").

Anche il Copertino, di fronte all'evidente carcassa, si affatica ad evidenziarne i "denti bianchi", ossia ridurre la realtà ad uno solo (anche minimo) dei suoi aspetti apparentemente positivi, tentando di non notare che la presenza dei "denti bianchi" non rende affatto desiderabile o utile la presenza del cane morto. Notate in particolare come astutamente ponga come unica assoluta alternativa i «rigorismi»: per il Copertino o si fa quel che ha fatto il Papa, o si fa «rigorismo», tertium non datur, non esiste una terza possibilità. È proprio la tecnica retorica dei progressisti, quella di presentare il proprio punto di vista (lo spiegone sul Papa della "Misericordia") contrapposto ad un'unica deformata ed esagerata alternativa: vi prego di riassaporare lentamente quanto disprezzo ispira quel termine «rigorismi».

Sebbene quel poco esaltante scambio tra Francesco e Scalfari abbia indubitabilmente il valore di manifesto del pontificato (così come per Benedetto XVI lo ebbe il discorso alla Curia Romana del dicembre 2005), il dovuto ossequio al successore di Pietro avrebbe dovuto consistere in un prudente silenzio piuttosto che una gara a contemplare e spiegare i "denti bianchi". Solo una tifoseria accecata può vantare come importante azione da goal quella che era una maldestra caduta a centro campo, solo una tifoseria autoeccitata può fingere di non vedere (o addirittura giustificare come legali e necessari) i falli della propria squadra e lamentarsi delle meritate punizioni. Un cattolicesimo ridotto a tifoseria difende infatti non la fede, ma la propria etichetta di cattolico, pensando di far bella figura in immaginari talk-show qualificandosi ad ogni pié sospinto con: «oh, esisto anch'io! e sto dalla parte del Papa, eh!».

Il terzo caso è un articolo di Camillo Langone che così concludeva:
Insomma avete ragione su ogni dettaglio, cari cattolici tradizionalisti, eppure riuscite ad avere un torto complessivo perché se aveste davvero ragione le porte dell'Inferno avrebbero già prevalso mentre non è così. Quale alternativa proponete non l'ho mica capito: un antipapa? Il passaggio agli ortodossi? Non vorrei dover ascoltare i vostri mugugni fino alla fine di un pontificato che potrebbe essere lungo. La tradizione è fedeltà, anche a una sposa che non piace più tanto.
Già è un mistero il modo in cui si potrebbe aver «ragione in ogni dettaglio» e contemporaneamente un «torto complessivo», ma è ancor più misterioso il fatto che quelle «ragioni in ogni dettaglio» corrisponderebbero al prevalere delle porte degli inferi: pare la solita reductio ad Hitlerum, nel nostro caso reductio ad sedevacantistam, la solita reazione pavloviana per cui non appena si nominano certi tabù postconciliari scatta fulmineo lo stracciamento di vesti e la goffa demonizzazione dell'interlocutore.

Vi prego di osservare lo stesso meccanismo dell'articolo sopra citato: il concedere come unica alternativa qualcosa di grottesco («un antipapa? il passaggio agli ortodossi?») in modo da poter tirare conclusioni preconfezionate («torto complessivo») nonostante i fatti concreti («avete ragione su ogni dettaglio») che ci si rifiuta anche solo di considerare nel merito («i vostri mugugni»). Come tutte le tifoserie, anche quella papista ha bisogno di escogitare astuzie retoriche per potersi dichiarare fedele alla propria squadra, ed infatti il primo insulto è quello di non appartenere alla tifoseria stessa: «un antipapa? il passaggio agli ortodossi?». Come se l'osservare con onestà la situazione corrispondesse automaticamente al desiderare un antipapa. Reductio ad sedevacantistam.

La perla conclusiva è confondere la Tradizione con la fedeltà alla persona del Papa che magari «non piace più di tanto». Cioè insinuare non solo la confusione tra oggetto e soggetto, ma anche la riduzione ad opinione dei fatti che davano «ragione in ogni dettaglio».

Il termine "tifoseria papista" identifica principalmente l'aspetto psicologico del problema (e cioè il maldestro tentativo di autoassegnarsi un'identità "cattolica" sulla base dell'elogiare il Papa anche quando fa qualche vaccata). Le sue radici sono invece in quella malattia spirituale che riduce il cattolicesimo ad una "civiltà", una "cultura", un elenco aggiornabile di "valori giudeocristiani", in fin dei conti un'ideologia. Malattia che ha un nome perché è stata diagnosticata già da parecchi anni: è quella dei cristianisti. Che cioè possono perfino professare l'ortodossia dottrinale più pura, ma che finiscono in fin dei conti per utilizzarla solo come strumento di lotta contro chi non è daccordo con loro. Vi prego di riflettere un attimo sulla diabolica tentazione del passare dall'amare e desiderare la Verità, al solo sfruttare e adoperare le verità di fede contro qualcuno (per esempio scagliandole contro chi non professa i "valori dell'occidente giudeocristiano", o contro chi non è inquadrabile in una tifoseria papista). E questo ci introduce al quarto caso: quello del direttore di Radio Maria.

Il compagno Livio Stalin Fanzaga ha personalmente liquidato per direttissima due pericolosi controrivoluzionari, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, colpevolissimi di aver «criticato» il Papa, di averlo fatto senza deragliare dalla dottrina cattolica, di averlo fatto dalle pagine di un quotidiano anziché dai microfoni di Radio Livio, di averlo fatto in modo tale da non destare scandalo nei fedeli. Ma l'occhiuto controllore se ne è accorto subito: a lui non la si fa, eh! E quando gli ascoltatori sbigottiti e addolorati gliene domandano il motivo, ottengono la tipica risposta untuosamente clericale: beh, vedete, per collaborare a Radio Maria si firma un accordo in cui ci si impegna a non criticare mai il Papa... Sottinteso: tifoseria papista.

A questo punto verrebbe da chiedergli come mai sulla sua radio si cita Dante Alighieri, che certi Papi li descriveva all'inferno, o addirittura l'apostolo Paolo che con fermezza si oppose pubblicamente a papa Pietro (facendogli per di più azzeccare una notevole figuraccia; Gal 2,11) poiché quest'ultimo aveva un po' troppo riguardo per i circoncisi. Finora non risulta che da Radio Maria siano stati epurati gli scritti danteschi e paolini. Nemmeno risulta che Gnocchi e Palmaro si siano opposti al Papa «a viso aperto», né che abbiano almeno dichiarato all'inferno qualche Papa conciliare.

Vi prego di riflettere un attimo sul punto centrale di tutta la questione: qui non si parla del diritto di criticare il Papa (una discussione del genere suonerebbe infatti infantile), ma del motivo per cui la Chiesa ha il Papa. Suo dovere è custodire il deposito della fede. Una volta ravveduto, confermi i suoi fratelli. Pare proprio che la tifoseria papista lo abbia dimenticato. I cattolici in crisi di identità hanno trasformato la figura del Papa nella loro etichetta autocelebrativa. Il Papa come mascotte della Chiesa, il beniamino da elogiare in ogni caso, anche quando fa qualche marachella (e, a denti stretti e pezze a colori, perfino quando la marachella è un po' grossa). Per cui anziché allontanarsi silenziosi dalla carcassa del cane, vi corrono a cercare affannosamente qualche "denti bianchi" da opporre contro i «mugugni», avvertendo in pericolo la loro identità di tifosi, la loro immagine di una Civiltà Occidentale di Valori Giudeocristiani. Vi prego di notare come siano gli stessi meccanismi mentali e spirituali del cattoprogressismo, con la sola differenza che cristianisti e tifoseria papista partono "da destra", da posizioni "ortodosse" ("perbacco, sto dalla parte del Papa, io, eh!").

Questo scivolare verso la confusione tra la funzione del Papa con la persona del Papa finisce presto per ridurre l'ubbidienza alla mera esecuzione di ordini, e il dovuto ossequio ad un servilismo intellettuale (si pensi ad esempio all'ermeneutica della continuità, cioè alla proposta di una soluzione "politica" ad un problema "teologico": come se l'espressione giusta, il parolone elegante, il comando di vedere "tutto in continuità" anche laddove non lo sembri, cambino magicamente la sostanza dei fatti). Si finisce per pensare che la fedeltà alla persona del Papa sia il punto di partenza (anziché un risultato) della fedeltà al Signore ed alla Tradizione (attenzione alla sottigliezza: si è fedeli al Papa perché cattolici; se si ragionasse al contrario, cioè se si fosse cattolici perché fedeli al Papa allora il Papa sarebbe banalmente il Grande Capo di un Club denominato Chiesa). Si finisce insomma per credere che il custode del deposito della fede coincida col deposito stesso (cosa che certuni amano impropriamente chiamare "Tradizione vivente", introducendo così un'ambiguità: se la Tradizione "vivente oggi" contraddice anche solo un pochino quella che era "vivente ieri", allora non possono più sussistere certezze nel mondo cattolico, e la Chiesa sarebbe una banale Associazione che ogni tre giorni può cambiare drasticamente il proprio statuto, e guai a chi non si aggiorna - cioè, in fin dei conti, un progressismo elegantemente mascherato da ortodossia).

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