sabato 24 ottobre 2015

hanno paura di una preghiera... (indovinate chi)

Citazione:
Un amico di Biella mi racconta che aveva convinto il suo giovane parroco (romeno) a terminare la Messa con la preghiera a San Michele che Leone XIII ordinò fosse recitata dal sacerdote in ginocchio nelle funzioni feriali, e che fu soppressa nel 1964 sotto Paolo VI. “Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio; contra nequitiam ed insidias diaboli esto praesidium…”. Il prete ha dovuto smettere perché i parrocchiani, avevano detto che la preghiera “li spaventava…Come? Il diavolo, adesso?! C’è da aver paura?”.

Questo è la condizione di buoni cattolici d’oggi, probabilmente anche buoni cattolici se vanno a messe feriali: aver paura di una preghiera. Che era un presidio. Papa Leone la scrisse di suo pugno dopo essere stato visitato da una visione, il 13 ottobre 1884, in cui una potente voce cavernosa chiedeva cento anni per distruggere la Chiesa: appunto per evocare la protezione del primo arcangelo contro Lucifero. Bisognava spaventarsi quando la protezione fu tolta, magari. Ma non è colpa nostra. “Nei testi conciliari l’inferno non si trova menzionato mai col termine proprio, e solo una volta per obliquo con la perifrasi ‘fuoco eterno’. Alla dottrina stessa dell’inferno non si trova dedicata alcuna pericope”, scrive Romano Amerio (Iota Unum, capitolo Escatologia). L’inferno è stato espulso dalle gerarchie, la sua eternità negata dai teologi. I vescovi di Francia rigettarono il dogma, nel 1978, comunicando ai fedeli che “l’inferno è semplicemente un modo di parlare del Cristo a uomini poco evoluti religiosamente: noi, da allora, ci siamo evoluti…”.

Si è visto come siamo religiosamente evoluti, se essere cattolici significa aver paura di una preghiera. Si noti che, dai sondaggi, almeno metà di quelli che ancor si dicono cattolici non crede all’inferno, né al paradiso; e poi, questi spiriti forti “si spaventano” a sentir nominare “Satanas”, superstiziosamente. O è la ripugnanza invincibile di gente tutta votata all’aldiquà alla sola idea che la nostra vita si adempia nell’aldilà? A tal punto è persa la nozione della tragicità inerente all’esistenza umana? In credenti? Credenti in che cosa, c’è da chiedersi.

L’immagine che diamo noi pochi cattolici rimasti, di timorose pecorelle che in fondo si raccomandano a Gesù e Maria perché ci risparmino i mali di questo mondo; il pacifismo che dà nell’imbelle e confina con la pusillanimità (non escludo me stesso dal gregge) è increscioso, nei tempi che corrono e in quelli che verranno; ed è contrario alla fede, che ci dovrebbe rendere – una volta confessati e comunicati – pronti anche alla morte. Mi domando se non ci sia mancata una pedagogia del coraggio; perché se è vero che la fortezza (la costanza nelle avversità e nelle persecuzioni) è un “dono dello Spirito Santo”, esso è una virtù: e alle virtù ci si allena, essendo esse “buone abitudini” da acquistare.

Il resto dell'articolo è qui:

http://www.maurizioblondet.it/cattolici-la-nostra-e-la-religione-del-coraggio/

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