A proposito di ubbidienza alla curia e all'episcopio...
Chi piagnucola che "le Messe tradizionali vengono soppresse" dovrebbe accorgersi di aver con ciò stesso implicitamente affermato che:
- che i nemici di quelle Messe avrebbero l'esclusiva di concedercele e il diritto di sopprimercele (in barba a Pio V e persino a Benedetto XVI)
- che i sacerdoti che le celebrano dovrebbero riconoscere autorevolezza a chi arbitrariamente le disprezza, le ostacola, le sposta, le sopprime (contro Nostro Signore che comandò «pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle»)
- che il partecipare a quelle Messe sarebbe tutto sommato un capriccetto, o almeno una debolezza, di una parte del popolo bue
- che la costituzione (in vista di "giri di vite" e di soppressioni) di "riserve indiane" sarebbe pertanto accettabile davanti al buon Dio
- che l'atteggiamento del "dobbiamo sembrare ubbidienti!" dei finto-tradizionalisti è, oltre che ipocrisia, "fuoco amico" verso gli altri fedeli legati alla Tradizione.
- di essere sempre e frettolosamente propenso a soluzioni umilianti e scomode ("riserva indiana")
- di derubricare la questione da liturgico/dottrinale a politico/organizzativa (e sinodale)
- addirittura di fingere di non ricordare che in epoca conciliare ogni passo avanti prelude a due passi indietro (cfr. ad esempio il Summorum Pontificum prontamente annichilito dal Traditionis Custodes)... e quindi a entusiasmarsi per eventuali "concessioni" dal Concistoro.
La gerarchia ha autorità quando pasce, non quando ti affama.
E la soppressione di Messe tradizionali funziona solo perché erano celebrate da preti donabbondieschi e ricattabili dalle curie.
A proposito della "riserva indiana" (sempre più schiacciata) in cui vengono confinati i fedeli legati alla Tradizione...
Ricordo che quando fu eletto papa Ratzinger grandissima era l'attesa per la liberalizzazione della liturgia tridentina. Ci vollero solo ventisette mesi di pontificato prima che il Summorum Pontificum vedesse la luce. Eppure non era così difficile da scrivere. Papa Ratzinger, peraltro, non ha mai voluto avvalersene, neppure in privato, neppure dopo aver abdicato. Cioè il Summorum era un contentino, da eliminare alla prima occasione.
Quella che sta vivendo la gerarchia cattolica è una crisi di fede, e la cura - per quanto sembri paradossale ai professorini da salotto - comincia proprio dalla totale liberalizzazione della liturgia tradizionale (e dell'insegnamento della dottrina tradizionale). E i primi a saperlo sono proprio i credenti nella religione conciliare, che infatti vedono qualsiasi espressione della Tradizione come peggio che fumo negli occhi.
Per questo non mi aspetto chissà che concessioni da un regime che, nel migliore dei casi, a muso lungo, consentiva una "riserva indiana". Finora papa Prevost non ha particolarmente brillato nello smarcarsi dalle aspettative (e dalle azioni) di quel regime - come ad esempio riguardo alla dichiarazione indifferentista di Abu Dhabi (e se stanotte venisse chiamato dal Signore a rendere conto del proprio operato?). Non mi aspetto che la compassata bontà del Burke sciolga il cuore del Prevost e lo induca a ravvedersi e a confermarci nella fede, così come voleva Nostro Signore.
Per quanto i fedeli legati alla Tradizione si sentano perennemente a corto di ossigeno e assetati di una qualsiasi minuscola boccata d'aria, devono resistere alla tentazione di accontentarsi di contentini con data di scadenza.
Tanto più che la soluzione Summorum già non era ideale, poiché:
- il sacerdote era "libero" solo nel tempo libero: guai a sostituire una "Messa di orario" con la liturgia tridentina
- il seminarista o diacono non poteva chiedere (ancor meno ottenere) che il sacramento dell'ordine gli venisse amministrato in Vetus Ordo
- il documento non stabiliva contromisure per evitare una (prevedibilissima) Traditionis Custodes
- lasciare la questione nelle mani dei vescovi implica che salvo rarissime eccezioni sceglieranno pilatescamente lo status quo.
In tanti non si rendono conto che una "soluzione ufficiale" (un "ammorbidimento"? un novello Summorum?) sarebbe come la pecora entusiasta di ubbidire al lupo (o al mercenario) così da potersi proclamare "ubbidiente all'ovile" e anestesizzare la propria coscienza.
A proposito della FSSPX che ha bisogno di nuovi vescovi (mio commento scritto prima di dicembre 2025)...
Il buon Lefebvre ha tanti meriti ma una grossa macchia: ordinò quattro vescovi anziché uno solo. Quando Giovanni Paolo II lo rinviò "alla prossima festa mariana" (cioè al 15 agosto 1988) Lefebvre avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo e affermare pubblicamente "ordinerò Pinco Pallino il 15 agosto, come concessomi dal Papa dopo tanti rinvii". A quel punto, se "Roma" si fosse tirata indietro rinviando ancora, Lefebvre non sarebbe stato catalogabile come disubbidiente procedendo ugualmente all'ordinazione. E se "Roma" avesse escogitato qualche altro trucchetto, ordinare quattro vescovi non sarebbe stato catalogabile come scismatico.
Lefebvre, invece, sbroccò. Sarà stata l'età, la stanchezza, la scarsa fiducia nella Provvidenza, chissà. E i suoi seguaci lo sanno benissimo: infatti la narrazione ufficiale è costretta a minimizzare giocando su sentimentalismi e vittimismi. Si può facilmente immaginare la soddisfazione dei modernisti nel veder autoconfinarsi in una riserva indiana autogestita e autoreferenziale i lefebvriani. E la soddisfazione nell'espellere dai seminari diocesani e religiosi coloro che avessero pur minime simpatie per talare e latino: "vattene dai lefebvriani".
Un caro sacerdote, scherzosamente (ma non troppo), una volta ci disse: "se andate nei seminari modernisti, perdete la fede; se andate in quelli della FSSPX, perdete la carità". Il risultato di quello sbroccare fu infatti una mancanza di carità, fu un agire prima che fosse davvero necessario, prima di aver davvero messo "Roma" dinanzi alle sue responsabilità. In termini calcistici, fu un fallo di reazione, non un gioco maschio. E nulla poteva garantire che ordinando tot nuovi vescovi, non accadesse che nel giro di pochi anni, mesi, giorni, non morissero tutti per malattie o incidenti. La Fraternità è stata fortunata ad averceli per tanto tempo, e addirittura a gustarsi il lusso di espellerne uno per motivi di politica interna, non perché fosse divenuto un credente nel Concilio, e la faccia di bronzo tale da riconoscere lo "stato di necessità" a Lefebvre sì e a Williamson no.
Quanto sopra non cancella il bene fatto da Lefebvre e dai suoi (mi tocca precisarlo a beneficio dei diversamente comprendenti). Ma -ahinoi!- quella tara iniziale resta. I quattro vescovi avevano davanti a sé nel migliore dei casi 40-50 anni di vita episcopale, dopodiché si torna al punto di dover ordinarne altri. Siamo praticamente già arrivati a quel punto: "Roma" non si è convertita, un "accordo pratico" non è stato trovato (ancorché inseguito, quando nella Fraternità era di moda), resta solo da costruirsi una nuova scusa (Bergoglio sarebbe stato una buona scusa, se non fosse che concesse facoltà di benedire matrimoni e assolvere, e non certo per venire incontro alla Tradizione). Posso facilmente supporre che il problema sia sul tavolo da parecchi anni, che i candidati siano stati già scelti, e che si stia alacremente preparando il marketing per indorare la pillola. Ma la tara iniziale resta lì, e con essa i suoi frutti, a cominciare dalla ferrea convinzione di detenere l'Esclusiva© della Tradizione™.
Tale convinzione produce anzitutto una disdicevole somiglianza ai movimenti ecclesiali e alle comunità religiose, dove all'ignaro ospite di passaggio vien data l'impressione di un culto della personalità del fondatore, di un "siamo i migliori, fuori da questo club non c'è salvezza". Vien da pensare persino a certi scismatici ed eretici che però sono ben capaci di dire che solo Nostro Signore salva.
A proposito del rischio di ridursi a tifoseria speculare a quella vaticansecondista (cioè di diventare "antiprevostiani a prescindere")...
Mi diletta osservare i fautori della tesi secondo cui Leone XIV, pur votato dai bergogliani, non ne condividerebbe davvero l'indole e starebbe lentamente lavorando per scardinare lo strapotere dei credenti nel Concilio, se non il Concilio stesso.
Dopo otto mesi di pontificato quel lavoro ha oggettivamente prodotto pochi e minimi risultati. Sono stati molti di più gli scivoloni e i passi in direzione evidentemente sbagliata.
Vorrei però mettere in guardia dal prendere alla lettera i resoconti giornalistici e persino i virgolettati verificati: talvolta un padre ha da dire al figlio capriccioso "se stai buono, a casa avrai una sorpresa", sottinteso che la sorpresa sarà il cappotto di legnate che si è già meritato con le precedenti azioni.
Quindi se papa Prevost dice che bisogna «cercare ancora via e modi per attuarne le intuizioni», ha implicitamente affermato che in sessant'anni non sono stati trovati né i modi, né la via... come se le "intuizioni" in questione fossero o inattuabili o inesistenti... come se gli interpreti non avessero mai avuto modo (o intenzione) di attuare il presunto bene...
E se dice che occorre una «rilettura dei suoi Documenti», ha implicitamente affermato che tutte le letture e riletture passate sono state inutili.
E se lo chiama "ciclo di catechesi" significa che ha in merito al Concilio qualcosa da insegnare a tutti, direttamente, in pubblico, senza mediazioni. E quindi i sullodati ottimisti continuano a sperare che, sia pure a passo di formica, il papa proceda nella direzione giusta.
Tutto ciò non scalfisce quanto detto da mons. Viganò, come minimo perché il tempo materiale a disposizione di Leone XIV è piuttosto scarso:
- ha settant'anni abbondanti, quanto gli resta da vivere prima di presentarsi a rendere conto del proprio operato a Colui che gli comanda "pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle"?
- con cosa potrà giustificarsi davanti a Colui che lo ammonì con "e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli"?
- e il proclamare la necessità di una «rilettura dei suoi Documenti», o di «cercare ancora via e modi per attuarne le intuizioni», quanto ha qualitativamente e quantitativamente fatto ravvedere i fratelli nella fede?
- è stato davvero un "pascere agnelli e pecorelle" il proclamare che il Vaticano II sarebbe una «stella polare del Cammino della Chiesa»?
Mons. Viganò evidentemente ha letto nel Vangelo: «il vostro parlare sia sì, sì, no, no», e ci permettiamo di commentare: altro che stelle polari del cammino delle intuizioni da cercare e rileggere e riscoprire! altro che l'oceano di chiacchiere che spaziano dall'inutile al dannoso.