venerdì 15 aprile 2016

segnalazione libraria

“I lavoratori devono schiacciare i kulak con pugno di ferro”, ordinava Lenin in un dispaccio dell’agosto 1918: “Impiccare, e dico impiccare in modo che la gente lo veda, non meno di cento kulak, ricconi, sanguisughe conosciuti [..] Fatelo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì”.

E sono comandi operativi, come “dimostra la loro trasformazione in vere e proprie ordinanze, come quella rivolta ai bolscevichi di Penza l’11 agosto 1918: Compagni! L’insurrezione di cinque distretti kulaki deve essere soppressa senza pietà. Gli interessi di tutta la rivoluzione lo richiedono […]. 1) Impiccate (e assicuratevi che le impiccagioni avvengano sotto gli occhi e alla presenza del popolo) non meno di cento kulak, ricchi, parassiti, che siano noti. 2) Pubblicatene i nomi. 3) Sequestrate loro tutti i cereali. 4) Indicate gli ostaggi in conformità al telegramma di ieri [“ostaggi” sono i familiari dei nemici del popolo in attesa di esecuzione, che venivano arrestati a loro volta, ndr.] . Vostro Lenin. Post Scriptum: Trovate delle persone davvero dure”.

Il 9 agosto aveva scritto: “E’ necessario organizzare una guardia di uomini scelti e fidati, che diano inizio a un regime di terrore spietato contro i kulak, i preti e le Guardie Bianche. Tutte le persone sospette devono essere internate in campi di concentramento. La spedizione punitiva deve aver luogo subito, Confermare telegraficamente l’esecuzione di questi ordini”. In un’altra disposizione: “Dobbiamo istituire immediatamente il terrore: scovare e liquidare centinaia di prostitute, ex ufficiali, ecc. Non vi sia un momenti di indugio. Perquisizioni in massa, esecuzioni per occultamento e ricettazione di armi. Arresti in massa di menscevichi e altri elementi non fidati”.

Traggo le citazioni dal prezioso studio di Gianantonio Valli, Giudeobolscevismo – Il massacro del popolo russo – Edizioni Ritter, 690 pagine, 40 euro.




Una recensione:
Libro opportuno per molte ragioni d’attualità. Una è una certa ri-valorizzazione nostalgia della dittatura sovietica che si sta contrabbandando dietro l’alone del prestigio di Putin sulla scena internazionale, e dell’essere questo antico agente del Kgb il restauratore della Russia e l’antagonista morale del feroce capitalismo globale terminale, detto “democrazia occidentale”. L’altra è ricordare ciò che continua ad essere sostanzialmente occultato: che il bolscevismo fu un radicalmente “giudeo-bolscevismo”: e non solo perché Lenin era ebreo, ebrei erano i suoi complici del Comitato centrale, e quelli a cui dava quegli ordini di sterminii, esecuzioni sommarie e impiccagioni, militanti locali e agenti della Ceka, erano in schiacciante maggioranza degli ebrei che applicavano con gioia settaria, tipica della loro “cultura” appresa nello shtletl, l’antico odio e disprezzo giudaico per il contadino russo, il mugik: un animale ai suoi occhi. Di più: essi applicarono un marxismo dottrinario, gonfi di tutti i pregiudizi talmudici assorbiti nel loro ambiente, dei loro sogni di potere mondiale e della loro “elezione”, e delle letture della Bibbia e del Talmud orecchiate in sinagoga o in famiglia. Davvero vollero istaurate il regno messianico per mezzo del terrore, come insegna il Deuteronomio: “Oggi comincerò a incutere paura e terrore di te ai popoli che sono sotto tutto il cielo, così che, all’udire la tua fama, tremeranno e saranno presi da spavento dinanzi a te. Il regno di felicità universale, il paradiso nell’aldiquà: instaurare “il Paradiso in terra” fu un’espressione leniniana, lo stesso che proclamò: “Costringeremo il genere umano ad essere felice, costi quel che costi!”.

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